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La noia Gino Toller melzi
Ritornavo in treno da una camminata nelle nostre Prealpi: vicino a me erano sedute tre ragazzine (vita bassa e
ombelico ridente), evidentemente studentesse.
A un certo punto una di loro tirò fuori un pastello e si mise a tracciare geroglifici sulla parete del vagone.
La rimproverai e le chiesi perché lo facesse.
Rispose: "Così...".
Ad Assago nella notte fra il 4 e il 5 marzo una ventina di studenti devastarono la scuola facendo danni per tremila
euri. Richiesti del perché dei loro atti risposero: "Così... per noia".
La nipotina di una mia cara amica si sta preparando alla Cresima: deve quindi andare a lezione di catechismo.
"È una noia terribile" dice.
Forse ai miei tempi non eravamo molto evoluti, ma non avevamo né il tempo né la voglia di annoiarci.
C'era qualche cosa che ce lo impediva: quegli ideali che sono stati cancellati o ridotti a misere parodie.
Non si parla più di Patria, ma di Paese. Una parodia di Patria si incontra al più negli stadi dove il tricolore è
sventolato in omaggio alle gesta pedatorie. Sono pochi quelli che continuano a credere - magari a costo della vita -
in quella cosa che un tempo si chiamava patria.
La famiglia? È in disfacimento: il dialogo è soffocato dalla televisione (ottimo strumento per il rimbecillimento
collettivo) e della esasperata ricerca del benessere materiale, senza contare la esaltazione di certi "prides" per
cui io che ho sempre avuto un debole per le belle ragazze ora mi domando se non sono un anormale.
In quanto alla religione, anch'essa è diventata una noia, una seccatura della quale si farebbe volentieri a meno
se non fosse in determinate occasioni spunto per feste con pantagruelici banchetti e regali principeschi.
E sopra ogni altra cosa una imposizione: evitare di pensare.
E da questo nasce una noia immensa. Una mare di noia che sommerge e travolge gli uomini.
Allora si fa qualche cosa senza alcun senso e senza alcun fine.
"Così...".
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